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Elenchi regionali: le ultime novità Cosa si aspettano i docenti precari
Dopo anni di supplenze “a catena”, cattedre scoperte e continuità didattica spesso fragile, il reclutamento docente entra in una nuova fase: dal 2026/27 gli elenchi regionali diventano un canale aggiuntivo per coprire i posti rimasti liberi dopo le assunzioni ordinarie. La promessa è chiara: ridurre i posti vacanti e non disperdere chi ha già superato una selezione concorsuale. Ma, per i precari, la domanda resta la stessa: questa novità accorcerà davvero i tempi del ruolo o creerà nuove “code” e nuove disparità?
La base normativa è stata introdotta con il DL 45/2025, poi convertito, che ha inserito nell’art. 399 del Testo Unico Scuola (D.Lgs. 297/1994) il meccanismo degli elenchi regionali annuali: una lista a cui ci si iscrive su domanda, e da cui gli uffici potranno attingere dal 2026/27 quando, in una regione, risultino esaurite le graduatorie dei concorsi utilizzabili per le immissioni in ruolo.
In sostanza: non sostituiscono concorsi o GAE, ma si attivano “dopo”, per tentare di non lasciare posti autorizzati scoperti.
Il requisito centrale è aver superato la prova orale (raggiungendo almeno il punteggio minimo) in un concorso bandito dal 2020 in poi, per posto comune o sostegno (infanzia, primaria, secondaria).
Restano esclusi i docenti già di ruolo e chi ha già una nomina a tempo determinato finalizzata al ruolo.
Negli ultimi mesi il Ministero ha illustrato una bozza di provvedimento attuativo alle organizzazioni sindacali: ecco i punti che, finora, ricorrono con più chiarezza.
1) Graduatoria: prima l’anzianità del concorso, poi il punteggio
Gli elenchi sarebbero ordinati per “fasce” cronologiche: prima gli idonei dei concorsi più datati (es. 2020), poi quelli successivi (PNRR1, PNRR2…), e dentro la stessa fascia conta il punteggio.
2) Punteggio: si va verso “solo prove”, niente titoli
Una delle novità più discusse è l’orientamento a considerare solo i voti di scritto e orale (o medie con prova pratica, se prevista), escludendo i titoli per evitare disparità dovute a valutazioni non uniformi delle commissioni. Alcune sigle hanno chiesto almeno il riconoscimento del servizio, ma la direzione del Ministero sembra andare verso una graduatoria “pulita” basata sulle prove.
3) Si può scegliere UNA regione (anche diversa da quella del concorso)
La bozza consentirebbe di iscriversi in una sola regione, e la regione potrebbe essere diversa da quella in cui si è svolto il concorso; inoltre sarebbe possibile cambiarla negli aggiornamenti annuali. È un punto decisivo perché rende gli elenchi uno strumento anche di mobilità interregionale per chi punta al ruolo più rapidamente.
4) Domande online e “finestra” breve
Dalle informative sindacali emerge una finestra temporale stringente: presentazione telematica, con scadenza entro circa 19–20 giorni dall’avviso. Diverse comunicazioni indicano come canale il Portale unico del reclutamento (inPA).
5) Limite 30% idonei PNRR: non si supera, ma gli elenchi diventano “sfogo”
Sul fronte concorsi PNRR resta il limite (molto contestato) dello scorrimento degli idonei fino al 30%; nella risposta del Governo a un’interrogazione parlamentare, l’“ulteriore possibilità” viene collegata proprio all’uso degli elenchi regionali e alla mobilità verso territori con più posti vacanti.
Un altro nodo pratico: per alcune procedure (in particolare collegate ai concorsi PNRR) viene richiamata la possibilità di un contratto a tempo determinato finalizzato al ruolo per chi non è abilitato al momento della stipula, con obbligo di conseguire l’abilitazione (es. 30 CFU) e decorrenza del ruolo successiva. Qui il discorso si allarga: perché gli elenchi regionali aiutano una parte del precariato (gli idonei di concorso), ma non risolvono da soli la condizione di chi lavora da anni tramite GPS e supplenze senza “agganciare” il ruolo. Le aspettative, oggi, si possono riassumere in 6 richieste molto concrete.
Non basta dire “dal 2026/27”: i precari chiedono date, calendari, finestre di domanda e criteri pubblici, per evitare l’ennesima estate di ansia e convocazioni a incastro.
Se gli elenchi vengono usati solo sui “residui”, serve chiarezza su quanti posti resteranno dopo GAE e concorsi: altrimenti l’elenco rischia di diventare una promessa statistica più che un’opportunità reale.
La linea “solo prove” evita disparità sui titoli, ma per molti precari è difficile accettare che anni di servizio non pesino.
Un tema ricorrente è l’esclusione di alcune procedure (ad esempio concorsi straordinari), giudicata penalizzante da chi ha comunque superato selezioni.
La mobilità interregionale può accelerare il ruolo per qualcuno, ma molti precari chiedono che non diventi l’unica strada: non tutti possono spostarsi (famiglia, costi, vincoli). Il timore è un sistema che funziona solo se si accetta di migrare verso le regioni con più posti.
Per la grande massa dei supplenti, le GPS restano il canale quotidiano: sono biennali, con provincia bloccata per il biennio e domanda annuale delle “150 preferenze” per le supplenze.
L’aspettativa, qui, è che le riforme non si limitino agli idonei di concorso, ma costruiscano anche per i “precari storici” un percorso non eterno.
Gli elenchi regionali sono una novità importante perché introducono un “recupero” strutturale degli idonei e una forma di mobilità verso le aree con maggiore fabbisogno. Ma la loro efficacia dipenderà da due fattori: quanti posti residueranno davvero e quanto sarà chiaro e stabile il decreto attuativo (punteggi, platea, finestre, regole di scelta).
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