NOTIZIE - PERSONALE SCUOLA DOCENTI E ATA
Sì alla Stabilizzazione dopo tre anni di servizio Nuova pronuncia della Corte europea
La Corte di giustizia dell’Unione europea torna a censurare l’Italia per l’abuso dei contratti a termine nella scuola. Al centro della decisione, il personale ATA e l’assenza di misure efficaci contro la reiterazione delle supplenze.
La nuova pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea segna un ulteriore passaggio nella lunga battaglia contro il precariato nella scuola italiana. Con la sentenza del 13 maggio 2026, resa nella causa C-155/25, Commissione europea contro Italia, i giudici di Lussemburgo hanno affermato che il sistema italiano di reclutamento del personale amministrativo, tecnico e ausiliario delle scuole statali viola il diritto dell’Unione europea.
Il punto centrale è chiaro: non si può coprire in modo stabile il fabbisogno ordinario delle scuole attraverso una successione indefinita di contratti a tempo determinato. La Corte ha rilevato che la normativa italiana non prevede, per il personale ATA, né un limite massimo alla durata complessiva dei rapporti a termine, né un numero massimo di rinnovi.
La decisione rafforza un principio già emerso nella giurisprudenza europea sul precariato scolastico: quando il servizio prestato non risponde più a esigenze temporanee, ma copre posti vacanti e necessità permanenti, il contratto a termine perde la sua funzione eccezionale e diventa uno strumento abusivo.
La soglia dei tre anni di servizio rappresenta da tempo il limite oltre il quale la reiterazione dei contratti a termine diventa difficilmente giustificabile, soprattutto quando il lavoratore ha prestato attività su posti effettivamente disponibili e necessari al funzionamento dell’amministrazione scolastica.
La Corte ha infatti osservato che l’accesso al ruolo del personale ATA avviene tramite concorsi non organizzati secondo un calendario preciso e riservati a lavoratori che abbiano già maturato almeno due anni di esperienza con contratti a termine. Secondo i giudici, questo meccanismo finisce persino per incentivare il ricorso al precariato, anche quando i posti corrispondono a esigenze permanenti e durevoli.
Uno degli argomenti tradizionalmente utilizzati per giustificare le supplenze è quello della flessibilità organizzativa. Ma la Corte europea respinge questa impostazione quando la normativa nazionale non individua circostanze precise e concrete che giustifichino il rinnovo dei contratti a termine.
La flessibilità può essere legittima se serve a fronteggiare esigenze temporanee, imprevedibili o sostitutive. Non può invece trasformarsi in una regola ordinaria per coprire carenze strutturali di organico. È proprio questo il cuore della censura europea: la scuola italiana, secondo la Corte, ha utilizzato il contratto a termine non come eccezione, ma come parte stabile del proprio modello organizzativo.
La sentenza apre ora una fase delicata. L’Italia dovrà adeguarsi senza indugio alla decisione europea; in caso contrario, la Commissione potrà promuovere un nuovo ricorso e chiedere sanzioni pecuniarie.
Sebbene la sentenza riguardi specificamente il personale ATA, il suo significato va oltre il singolo comparto. Il principio affermato dalla Corte investe l’intero sistema scolastico: il precariato non può essere utilizzato per coprire bisogni strutturali.
Dopo tre anni di servizio, soprattutto su posti vacanti e disponibili, la stabilizzazione non è più soltanto una rivendicazione sindacale. È la risposta più coerente con il diritto europeo, con il buon andamento della pubblica amministrazione e con la dignità di lavoratori che da anni assicurano la continuità dei servizi scolastici.
La nuova pronuncia della Corte europea dice all’Italia che il tempo delle soluzioni rinviate è finito. Ora servono assunzioni, regole certe e tutele effettive. Il lavoro stabile nella scuola non può restare un’eccezione: deve tornare a essere la regola.
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